Psicoterapia della Gestalt

“La «realtà»non risiede nell’organismo-soggetto,
né nell’ambiente-oggetto,
quanto piuttosto
 nel loro unitario incontrarsi e interagire,
nel sempre mobile confine di contatto 
che il loro reciproco sperimentarsi produce”.[1]

La psicoterapia della Gestalt si sviluppa agli inizi degli anni ’50, grazie alle geniali intuizioni di Friedrich Perls (psicanalista ebreo di origine tedesca, ben presto allontanato dalla “corte” di Freud). Trova la propria elaborazione sistematica fondamentale nel 1951 quando lo stesso Perls, insieme a Paul Goodman (scrittore e filosofo) e Ralph F. Hefferline (docente di psicologia presso la Columbia University), pubblica i due volumi del testo Gestalt Therapy.[2]
La PdG si colloca all’interno della corrente psicologica umanistico-esistenziale, condividendo con essa i seguenti aspetti teorici di base:
• Il potere è nel presente, questo è l’unico aspetto della vita che esiste ed è reale, solo nel qui-ed-ora “i sistemi sensorio e motorio dell’individuo possono funzionare ed è nella prospettiva di queste funzioni che l’esperienza presente può essere palpabile e viva”[3];
l’esperienza è ciò che più conta, dare senso alle esperienze diviene un processo; come affermano i Polster: “il significato viene fuori dalla sequenzialità della vita e dal ritmo naturale tra l’esperienza e l’attribuzione di significato”[4];
il terapeuta stesso è strumento di terapia, esso diviene una sorta di cassa di risonanza di ciò che avviene all’interno della relazione con il paziente, “quando il terapeuta si inserisce, non solo rende disponibile per il paziente qualcosa che già esiste, ma anche facilita nuove esperienze relative sia alla sua persona che a quella del paziente”[5], questo segna il passaggio da un’ottica intrapsichica a quella relazionale;
la terapia non è utile solo per chi sta male: terapia non più solo come luogo di cura delle patologie, ma anche come esperienza finalizzata alla crescita personale per lo sviluppo di un nuovo clima comunitario, dato dalla presenza di una dimensione umana e spirituale.[6]  

Le radici della PdG sono molteplici e variegate. Si va dalla psicanalisi e dalla psicologia della Gestalt, alla fenomenologia di Husserl, all’esistenzialismo e alla filosofia dialogica di Buber, dalla teoria del campo di Lewin e dall’olismo di Smuts e Goldstein, allo psicodramma di Moreno e al Buddhismo Zen, senza tralasciare l’influenza direttamente esercitata da Wilhelm Reich (da un lato) e da Karen Horney (dall’altro) sul giovane Fritz Perls.
Essa fornisce al terapeuta un’articolata visione filosofica dell’uomo come organismo-vivente-in-relazione-con il proprio ambiente, una descrizione delle modalità in cui questa relazione può darsi, arricchirsi o impoverirsi, una griglia concettuale per orientarsi nella lettura di quella particolare relazione organismo-ambiente che è la relazione terapeutica, nelle sue varie fasi e nelle sue varie componenti.
In Psicoterapia della Gestalt, l’essere umano è considerato come un essere relazionale ed esperienziale. Esso non può essere separato dall’ambiente nel quale è inserito e di cui è parte. Il “campo totale” comprende organismo e ambiente, due elementi apparentemente separati che, in realtà, esistono in uno stato di reciproca interdipendenza. 
Il comportamento dell’essere umano è considerato come una funzione di tale campo. In questo contesto, l’esperienza è un processo che avviene al confine tra l’organismo e l’ambiente e che comprende in sé più aspetti: il luogo in cui organismo e ambiente si incontrano; il modo e il tempo in cui entrano in contatto; il successivo ritiro dal contatto; l’assimilazione dell’esperienza risultante. Il fine di questo processo è la crescita dell’or­ganismo.
«Fare un’esperienza» vuol dire infatti, nell’uso linguistico comune, essere passati dentro un accadere di cui prima non si conosceva la portata né si potevano prevedere le conseguenze. L’esperienza vera non ci consente previsioni tranquillizzanti, ci prende e ci conduce: la facciamo in quanto essa ci fa”.[7]
E ancora: “…un’esperienza è un evento che modifica effettivamente colui che la vive”.[8]
L’esperienza permette all’organismo umano di crescere e, come già accennato, essa si realizza al “confine di contatto”, quella zona che separa, ma unisce anche, il nostro organismo all’ambiente.
Ecco che l’esperienza di un percorso di psicoterapia diventa una nuova esperienza, in questo senso non è prevedibile, noi psicoterapeuti sosteniamo la consapevolezza delle perso­ne verso la conoscenza di sé, li aiutiamo ad entrare maggiormente in contatto con i loro corpi e con le proprie emozioni e a condividere ciò che sentono. Da questa condivisione, possono scaturire nuove articolazioni di senso per i propri vissuti, nuovi orizzonti per il proprio esserecorpo vivo nel mondo, nuovi contesti narrativi per accordare (o ri-accordare) passato, presente e futuro. 
Grazie a questa rinnovata armonia la persona riprende contatto con il proprio potenziale creativo e, liberata dal consunto ritornello, finalmente torna ad agire nel mondo creando la propria musica.


[1]P. A. Cavalieri, La profondità della superficie. Percorsi introduttivi alla psicoterapia della Gestalt, FrancoAngeli, 2003, pag. 72.

[2]Friedrich Perls, Paul Goodman, Ralph Hefferline, Teoria e pratica della Psicoterapia della Gestalt, Astrolabio,  1997

[3]E. Polster, M. Polster, Terapia della Gestalt Integrata. Profili di teoria e pratica, Giuffrè editore – Milano, 1986, pag. 7.

[4]Ibidem, pag. 16.

[5]Ibidem, pag. 19.

[6]Ibidem.

[7]A. Sichera, “A confronto con Gadamer: per una epistemologia ermeneutica della Gestalt”, In Psicoterapia della Gestalt  Ermeneutica e clinica,a cura di Margherita Spagnuolo Lobb,FrancoAngeli, Milano 2001, pag. 33

[8]H. G. Gadamer, Verità e Metodo, Bompiani Milano, 1983; In A. Sichera, op. cit. pag. 34.

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